mercoledì 10 marzo 2010

Penitenziagite!

DIRE:











FARE:









BACIARE:














LETTERA:





















TESTAMENTO:

L'ultima neve di primavera?

Afferrando ricordi di neve

Avere voglia di vestirsi, coi calzettoni di lana dentro gli stivali col pelo, il giaccone pesante, il berrettone di lana, la sciarpa, i guanti.
Scendere le scale e tuffarti nel bianco, mentre lievi fiocchi ancora spolverano e bagnano con farina di ghiaccio tutto quanto.
Affondare fino al ginocchio nella neve che scricchiola, sentire che col tuo peso ne stai violentando la sofficità e respirare gioia, felicità fredda come l’aria secca che rende l’atmosfera lieve.
In pochi minuti, è come tornare bambina.
Il sorriso non riesce a smorzarsi, non senti il freddo e nemmeno il gelo che penetra, insinuante, a paralizzare le estremità pur protette.
E’ troppo bello questo silenzio attutito, questi rumori smorzati che fanno della nevicata straordinaria un ricordo di bambina, quando si andava in collina coi sacchi del pattume sotto la schiena a scivolare giù, fin sul ciglio della strada.
La magia di quei giorni lontani torna prepotente a bussare e tutto sembra come allora, quando le uniche preoccupazioni erano di non ammalarsi per non poter ripetere i giochi tra la neve il pomeriggio successivo.
Nella consapevolezza dei miei anni, penso a quanto poco ci bastava, allora, per renderci felici e quanto, anche oggi, provoca la stessa identica felicità.
Solo per una copiosa nevicata fuori stagione che costringe le auto al riposo.
Con il naso appiccicato alla finestra, provo a contare i fiocchi che scendono.
Perdo il numero e devo ricominciare.
Rido da sola e mi dico che dovrebbe essere ogni giorno così.
E' bianca.
Congela la natura e la protegge.
Si trasforma continuamente.
E' sdrucciolevole.
Si muta in acqua.

( Da Neve – di Maxence Fermine )

martedì 9 marzo 2010

Herzog è un regista che amo

Già il fatto che alle otto del mattino fiocca neve gelida, con un vento siberiano che trapassa ogni piumino, sciarpa, berrettone e guanti compresi,  non dispone sicuramente nessuno al buon umore.
Figuriamoci me, profonda odiatrice del freddo che quest’anno non ne vuole sapere di andarsene un poco affanculo.
Sapendo poi che ho in programma la prenotazione in ospedale di alcuni esami per la mia mamma, l’umore da grigio naufraga inevitabilmente nel nero cupo, conoscendo già in anticipo che riusciranno a farmi innervosire pur essendo perfettamente consapevole che per quella donna in poltrona andrei anche direttamente in Siberia se occorresse.
Non basta una colazione con concentrato di camomilla come antidoto: l’esperienza insegna e dunque via che si parte, cantando Battiato com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore.
Non ce la farò, lo so.
Primo intoppo: il parcheggio.
Io sono una persona educata, non ho mai fatto richiesta del simbolo per il posteggio privilegiato pur avendone diritto e se non c’è posto, mi metto pazientemente ad aspettare fino a che la signorina che ha appena aperto l’auto col telecomando non arriva, sale e va, lasciandomi l’ambitissimo parcheggio.
Epperò se il furbo di turno imbocca il senso unico e mi frega il posto io mi ci incazzo.
Fare la fila come ho fatto io no, non si può, gli strombazzo ma questa faccia da tolla fa finta di nulla, anzi mi guarda pure stupito, fingendo di non capire la mia ira funesta che sta per scatenare un lutto a suo danno.
Ma nevica ed evito di scendere a dirgliene quattro, lui e il suo Suv del cazzo, saprei io dove te lo dovresti parcheggiare…
Evito anche perché, nel frattempo, si libera un altro posto; provo pure a sorridere ma non mi riesce mica tanto.
Mi dirigo verso gli sportelli del C.U.P.: il fatto che si chiami Centro Unico di Prenotazioni a una mente intelligente cosa suggerisce? Che è lì, proprio lì che devo andare.
Prendo il mio bel numerino, rallegrandomi che ho solo cinque persone davanti.
Aspetto pazientemente che il signore davanti a me infili tutte le sue carte dentro alla cartellina molto capiente, imponendomi di non intervenire ad aiutarlo quando tira fuori tutto quanto il contenuto e batte sul bancone tutti i fogli per allinearli per bene: quando uno è preciso, è preciso.
E’ il mio turno, esibisco il mio bel foglietto fatto dal medico, la signora mi guarda e mi dice che ho sbagliato sportello.
A nulla valgono le mie proteste e la sottolineatura che dove sono in quel momento si chiama Centro Unico di Prenotazioni e che la lingua italiana è chiarissima.
Cos’altro fare se non arrendersi e seguire le indicazioni che mi dà la gentile (sì, diamo a Cesare ciò che è di Cesare) impiegata?
Va bene, ho uno scarso senso dell’orientamento e non aiutano certo i cartelli bi-direzionali disseminati nei corridoi, ma riesco ad arrivare all’arena indicata.
Da spaventarsi…
Praticamente la folla che presumo potrebbe riempire uno stadio per un  concerto di Vasco Rossi.
Va bene, ho esagerato.
Prendo un nuovo numerino, ho il 61 e stanno servendo il numero 48, quindi non sono poi messa così male.
Se non che su cinque sportelli aperti, tre hanno le tendine tirate: chiaro il messaggio che arriva.
E quando le suddette tre tendine vengono fatte salire, zac che scendono le altre due, ché nicotina e caffeina non la si nega a nessuno.
Quando il mio furore è ormai pari a quella di Aguirre, con tutti e cinque gli strafottuti sportelli aperti, arriva il mio turno.
Tralasciamo il particolare che mi servono prenotazioni per otto settimane e quindi la gentilissima signorina non ha capito che basta fare il copia e incolla senza necessariamente sentirsi ripetere dalla sottoscritta i dati necessari.
Tralasciamo anche il fatto che a un certo punto mi dice che sarei dovuta uscire dall’ospedale per andare a fare delle fotocopie: credo le sia bastato il mio sguardo per farle dire “Non potrei, ma le faccio io”.
Poi dimentichiamo la successiva visita presso l’assistenza domiciliare, da tutt’altra parte da dove mi trovo in quel momento: insomma, concentrare tutti i servizi in un’unica struttura sarebbe troppo dispendioso per il magna-magna necessario.
Ma dai, Daniela, sei la solita maligna tu…
Insomma, tanto per farla breve, dopo due ore e qualche cosa sono riuscita a farmi un cappuccino e una pasta, il mio stomaco brontolava parecchio ma non avevo né tempo né modo per dargli udienza, oltre ai polmoni che urlavano di essere riempiti di nicotina.
In macchina, mi sono fermata ad osservare la bufera di neve mentre aspiravo la mia sigaretta con una soddisfazione immensa.
Ma non sono riuscita a non pensare al film di Herzog, alla faccia di Klaus Kinsky: mi assomigliava da morire, stamattina.
Poi dicono che la calma è la virtù dei forti.
Maremma gatta, sò na roccia, io.

lunedì 8 marzo 2010

Alberi soli

O castagni del bosco, un altro cielo
tutto di foglie tremule tessuto
voi, snelli e dritti sul cinereo stelo,
formate sul mio capo: ognun di voi
presso l’altro cresciuto,
come sia triste ignora e quanto annoj
vedersi solo, sentirsi sperduto...

Fra voi ripenso a tre alberetti grami
che, traversando la maremma in treno,
vidi una notte. Bassa, dietro un velo
di nebbia, era la luna. l loro rami
congiunti avean quegli alberi e la trista
sorte d’essere nati in quel terreno:
si tenean compagnia fra loro stretti,
lì, come tre vecchietti;

e parea che volessero la vista
sfuggir d’un altro alberetto lontano
un buon tratto da loro e solo solo.
Tendeva questo invano
i rami verso i tre fra loro uniti;
e chi sa quanti uccelli aveano il volo
da questo a quelli spiccato a recare
querele amare e inviti...

Luigi Pirandello

Malicieusement

Era in ritardo di cinque minuti all’appuntamento; suonò al campanello ansimando per la corsa dal parcheggio.
“Sono la signora Valenti, ho un appuntamento per oggi, lunedì otto marzo, alle ore 17 precise”
In risposta, ricevette solamente il tiro della porta che si aprì sotto la sua spinta.
Infilò l’ascensore e scelse il bottone che indicava il terzo piano.
Una volta giunta sul pianerottolo, entrò nella porta spalancata che lui teneva aperta.
Il vano era riempito da un fisico possente e maschio, infilato in un paio di comodi calzoni bianchi larghi di cotone ed una maglietta, anch’essa bianca, che si tendeva sui pettorali e sui bicipiti; le fece cenno di entrare, senza pronunciare una parola, indicandole la stanza a lato, dalla quale proveniva un profumo intenso di incenso ed una luce rossa soffusa che tinteggiava le pareti di calore.
Al centro della stanza un letto candido, a contrasto dei colori caldi che riempivano la stanza; di fianco svettava un attaccapanni con ai piedi una sedia.
Eleonora si spogliò, sistemando ordinatamente i suoi abiti e poggiando la borsetta sulla sedia, non senza aver estratto il cellulare che mise prudentemente sotto il cuscino del letto sul quale si arrampicò.
Lui stava in un angolo ad armeggiare con piccole bottiglie, di lato troneggiava un impianto stereo dal quale iniziarono ad uscire le note ipnotiche di Charlie in uno dei suoi pezzi jazz preferiti.
Atmosfera perfetta… nonostante il silenzio di lui quasi irreale, Eleonora era completamente rilassata, anche quando lui si avvicinò e pose le sue mani forti su di lei.

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“Ti trovo in splendida forma, Eleonora… E’ parecchio che non ci vediamo ma sembri veramente ringiovanita dall’ultima volta che ci siamo incrociate….. Hai cambiato estetista? Hai un granato che fa voglia, cara, luminoso, hai gli occhi che sorridono, sei veramente in forma sai? Hai il tipico aspetto di chi, come dicono i maligni, si è fatta l’amante….”
“No, no, Giulia, non ho cambiato estetista e nemmeno parrucchiere, nessun lifting, nemmeno amante, giuro! Ho solamente scoperto una situazione particolare tramite Veronica, la quale a sua volta l’ha saputa da Fabiola che l’ha imparato da Sabrina… non dovrei dirti nulla, credo. Sai, non vorrei che poi troppa popolarità mi tolga il piacere di beneficiare ancora dei servizi di Faraji. Lui è fantastico sai?”
“Ma di che parli, scusa? E non mi volete rendere partecipe di questa cosa? Insomma, non si può lasciarvi un attimo che voi bimbe ne combinate qualcuna…. Dai, non fare la stronza come tuo solito…”
“Ok ma ti avverto, costa parecchio….”

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Sìììì …….. dai …….. così………. sìììììììììì sìììììììììììì sììììììììììììììì ……. oddioooooooooo ……. sei fa-vo-lo-so……. mmmmmmmm …… ancora …….. sì …….. sì spingi, dai, più forte, dai, così sììììììììììììììì proprio lìììììììììììì……. ancora ….. sìììììììì …. ecco ……. spingi bene….. sìììììì …. Hai delle mani fantastiche……. che calore che sento….. oddioooooooo che meravigliaaaaaaaa……. sìììììììììì……. non ti fermare ti prego….. ecco, sì concentrati lììììììììììì……. spingi dai…. mmmmmmmm ……. ma dove te ne sei stato nascosto tutto questo tempo……….. oddioooooooo che meravigliaaaaaa…… mmmmmmmmmmm ……. mmmmmmmmmmmmmm… sììììììììììììììììì…………

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“Sono 70 euro, signora Valenti. Ricevuta fiscale o è sufficiente lo scontrino?”

“70 euro??? Alla faccia….. Mi scusi se glielo dico, Faraji , ma con 50 euro al Centro Rinascita fanno il massaggio totale, non solo alla cervicale!!”

domenica 7 marzo 2010

Otto marzo


Ho deciso che voglio scrivere fottendomene altamente le palle della qualità del suddetto scritto.
Perché succede che per mazzi, cazzi, frizzi e lazzi, dirotti ciò che è sempre stata la tua scrittura di pennivendola cercando una dimensione che non ti appartiene in primis e che ti fa sudare sette camicie per arrivare in fondo a tremila caratteri spazi esclusi, ovvero la lunghezza perfetta per non fare addormentare a monitor eventuali lettori.
Lascio dunque da parte tutti i sofismi e gli intellettualismi del caso a vado a penna libera.
No, perché poi c’è una cosa da sottolineare: che i sofisti intellettualoidi, col cazzo che poi scendono dal loro scranno per dirti non dico oh bella cosa che hai scritto, ma proprio niente di niente, sono troppo impegnati a lisciarsi le loro penne di pavone che vogliono lucide, senza accorgersi che sono già brillanti dalle gocce di saliva lasciate da chi altro non sa fare se non accrescere gli ego di chi già li ha ben posti sul piedistallo.
Dall’altra parte ci sono invece quelli che non gliene frega una benemerita mazza di lodi e imbrodi anche se ne avrebbero diritto ed a pieno titolo; questi, che nella tua testa sono molto ma molto più in alto di te, vengono ad incoraggiarti.
Io li amo, questi, si capisce?
Questo incipit non c’entra nulla con ciò che volevo scrivere ma anche sì: domani è l’otto marzo, la festa della donna.
Io dico la festa dei fiorai, gli incassi che faranno domani sono al top dei registri dei corrispettivi, assieme a quelli del giorno di San Valentino e della festa della mamma, perché ipocriti siamo per tre giorni all’anno. Gli altri trecentosessantatré possiamo evitare di mostrarci nel nostro vero volto.
Non voglio fare la professoressa per ricordare da cosa nasce questa ricorrenza: se qualcuno non lo sa, si informi.
Voglio ricordare, invece, gli otto marzo dei miei diciassette e diciotto anni, quando era una gioia trovarsi in piazza coi banchetti a urlare slogan di cui conoscevi la forma ma non la sostanza: anche io urlavo col dito orgasmo garantito ma non avevo, ai tempi, il contraltare per contrastare la mia affermazione.
Voglio ricordare le compagne con le gonne fiorite lunghe fino alle caviglie, le guance disegnate con il simbolo dell’anarchia e le ghirlande di mimose in testa, a ballare le musiche della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Che è rimasto di quegli otto marzo?
Ora ascolto alcune donne, mi sembrano tante oche starnazzanti che aspettano solamente l’otto marzo per andare a cena fuori, se poi il locale propone pure lo streep tease maschile integrale, ancora più agitate sin dalla sera prima.
Cazzo, ma le altre sere cosa siete, impedite ad uscire?
Dove aspettare l’otto marzo per vedere un pisello pendulo oscillare?
Ecco perché se qualcuno domani mi offre una mimosa lo sbrano, lo mangio di traverso e, guardandolo dritto negli occhi, gli chiedo: “ma mi pigli per il culo?”
Il mio otto marzo è qui, nella frase di Iaia Caputo che incollo alla fine, che non è stata scritta per questa data ma per ogni altro fottuto giorno che noi, donne, ci troviamo a vivere.
Marzo, Luglio, Novembre, in un susseguirsi di giorni dove l’umore va e viene, alle gioie insensate seguono le mazzate di delusioni.
E noi sempre lì, un giorno con le spalle dritte e l’altro giorno con la schiena curvata.
Ma ci siamo sempre, anche quando vorremmo sparire e diventare impalpabili e trasparenti, che nessuno, oltre noi stesse, ci possa vedere accogliere ed ascoltare.
Senza data alcuna e senza mimose gialle.
Io preferisco i tulipani.
Rossi.



Voglio essere obliqua, spiazzata, confinante, incerta.
Né saprei dove altro mettermi,
dove altro stare,
se non in questa incerta collocazione,
l'unica che mi consenta di restare fedele a me stessa.
Di restare,
nonostante gli sconfinamenti e la confusione,
le continue reinvenzioni e la solitudine,
il dolore e la fatica,
una donna.

Iaia Caputo




Interpretazione della legge elettorale - Ferdinando Imposimato

Il decreto stravolge le regole non le interpreta. La legge è chiara: pone un termine perentorio per la consegna delle liste; termine violato. A mio avviso, il Presidente della Repubblica non doveva firmare il decreto, che introduce una nuova regola, a vantaggio di una parte. Chi detiene il potere cerca di mantenerlo violando le regole. Non c'è più alternanza. Di qui il regime, dittatura della maggioranza. 




Il decreto (n.29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le interpreta. In claris non fit interpretatio. La legge chiara non richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il governo.

In questo caso la legge elettorale vigente era chiara: poneva un termine perentorio per la consegna delle liste; tale termine è stato violato. A mio sommesso avviso, il Presidente della Repubblica non poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente: la nuova regola è che la presenza di una persona nell'ufficio elettorale equivale a consegna della lista elettorale. Un assurdo: si viola la legge attraverso un'altra legge che introduce una regola sbagliata. Questo significa cambiare le regole del gioco, mentre la partita è in corso. Ciò non è ammissibile. Chi detiene il potere cerca di mantenerlo violando le regole . Non c'è più alternanza. Di qui la dittatura.

L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di rivendicare la protezione delle leggi, tra cui la legge elettorale. La libertà nelle democrazie tende a proteggere il cittadino dall’oppressione attraverso le leggi. La certezza del diritto viene meno perché il continuo mutamento dello stato delle leggi rende i comandi poco affidabili. Le leggi, come il decreto emanato, sono sempre più settoriali e parziali, favorendo alcuni e danneggiando tutti gli altri. Rousseau affermava che la libertà «è fondata dalla legge e nella legge». «Nessuno di voi è così poco illuminato da non sapere che là dove viene meno il vigore delle leggi , non vi può essere né sicurezza né libertà per nessuno». E concludeva: «La libertà segue sempre la sorte delle leggi fondamentali, essa regna e perisce con queste; nulla mi è noto con maggiore certezza». Il punto essenziale è questo: siamo liberi quando obbediamo a leggi generali e uguali per tutti e non a leggi personali cambiate dai governanti- padroni per i loro comodi. Una democrazia «senza quella autolimitazione che è il principio di legalità si autodistrugge». In questo caso si è creato un vantaggio non giustificato a favore di un partito che non ha rispettato il termine, rispetto ad altri partiti che lo hanno rispettato.
Il giudice del TAR che deve applicare il decreto dovrebbe sollevare la questione di Costituzionalità per violazione del principio che la legge è uguale per tutti (art 3). Noi confidiamo che lo faccia.


Mobilitazione popolare contro le riforme annunciate dal Governo
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sabato 6 marzo 2010

13 marzo 2010

 
Era il 23 marzo del 2002.
Al Circo Massimo si radunò una folla immensa, al di là di ogni aspettativa, tanto che lo spazio verde faticava a contenere tutta le gente giunta a Roma da ogni regione d'Italia.
La più grande manifestazione degli ultimi anni, nata sulla spinta di un rifiuto netto e totale al terrorismo: la condanna all'omicidio di Marco Biagi e contro le proposte del Governo in materia di lavoro; strano, sempre di articolo 18 si parlava, lo stesso che ora ci hanno infilato nel didietro in un momento di distrazione.
Cofferati dichiarò che un'emozione del genere può capitare solo una volta nella vita.
Io vorrei viverla un'emozione così.
Le motivazioni, pur se ancora abbiamo schivato il morto, ci son tutte.
E siamo tutti incazzati come dei picchi.
Auspico che per una volta tutti i partiti che si sono indignati alla firma di Napolitano, tutti coloro che ancora credono in uno stato di diritto, per una volta riescano ad accantonare le loro lotte per poltrone e amenità varie ed eventuali e far sì che da questa misera occasione diventi il punto da cui partire per ripartire.
Va bene, puristi, il giro di parole lo potevo forse evitare ma occorre davvero ripartire, dare fiducia a chi oggi si è indignato, che si è sentito violentato e vilipeso nel suo essere cittadino italiano.
Perché noi continueremo ad incazzarci ma abbiamo bisogno di qualcuno che si faccia portavoce con altrettanta rabbia, per farci dire che andremo a votare e che voteremo convinti, senza metterci le mollette sul naso, ma scegliendo il partito che si incazza come noi.
E’ l’ultima occasione che abbiamo, in questo momento storico così triste e pericoloso per la nostra patria, che mai avrei pensato di vivere in prima persona.
Patria, sì, io sono italiana e non è vero se qualche volta ho detto che emigrerei all’estero: qui sono nata, qui ci sono le mie radici e non permetterò a nessuno di mandarmi via da qui e nessuno riuscirà a farmi  smettera di urlare la mia rabbia verso coloro che ogni giorno la calpestano.
Vedete, è come se sputassero in faccia a mio padre e a mia madre ed a tutti i loro compagni che sono morti perché altri non la calpestassero.
Leggo che per sabato prossimo, il 13, ci sarà una mobilitazione nazionale: tutti, ma tutti, da far dimenticare in un bagno di folla il 23 marzo di otto anni fa.
Non sprechiamo, non sprecate questa occasione, vogliamo un’emozione forte, da ricordare per tutta la vita.
E vogliamo che sia condivisa da tanti.
Regaliamocela, regalatecela e facciamoli impallidire nella loro tracotanza e arroganza.
Noi siamo per la legalità: abbiamo l’occasione per sbatterla loro in faccia.
Io non mancherò.
I have a dream.

venerdì 5 marzo 2010

Quinto potere

Sono incazzata nera e tutto questo non lo accetterò più