lunedì 30 agosto 2010
sabato 28 agosto 2010
Invito a cena con leghista
A Montebaranzone, amena località delle nostre colline, ogni anno viene proposta la rievocazione in costume della Contessa Matilde di Canossa.
Nonostante abbia partecipato per diversi anni, non ho ancora ben capito che ci azzecca Matilde con Montebaranzone, mi ero sempre soffermata sul generale tipo trasportare le valigie con le telecamere e cavalletti vari, con sguardi veloci ai costumi molto ben fatti, ma mai sui particolari per cui mi documenterò meglio sul nesso che lega contessa e paesello.
Per quest’anno avrei anche già dato ma quando ieri, mentre ero in altre faccende affaccendata mi ha telefonato mio marito e mi ha proposto la cena medievale con sottofondo musicale di Faber, è stato come invitare un’oca a bere, più per Faber che per la cena; concordato che non avrei trasportato niente e che sarei stata solamente seduta, concedendogli solamente la magnanimità di guidare io, siamo andati.
Al cameraman ufficiale ed alla sua consorte i coperti per mangiare si dovevano trovare assolutamente nonostante tutti i posti fossero prenotati da tempo.
La proposta di farci sedere al tavolo di una coppia che già vi era sistemata non ci ha fatto tentennare e ci siamo accomodati e presentati.
Ho avuto un pensiero che mi ha attraversato come un lampo nel notare una maglietta di un verde ma di quel verde che solamente chi non ha più alcun pudore può indossare.
Ma poiché non posso sempre e solo malignare, mi sono rivolta alla signora che mi pareva molto rassegnata ed avvilita.
Il maglia verde, di fronte a me, collo taurino, corpo massiccio, ha esordito con
“Stasera dei marocchini non ce ne sono, saranno a casa a pregare ed ubriacarsi”.
Ahi, ahi, ahi: ancora una volta a pensar male si fa peccato ma spesso, troppo spesso ci si indovina. Il nostro commensale ha tastato il terreno e io e mio marito, imperterriti, gli abbiamo risposto che forse a loro non interessa una cena medievale.
Al che, inevitabilmente, il maglietta verde, ha iniziato una filippica sui soliti luoghi comuni:
“Sono tutti delinquenti, ubriaconi, vengono a rubare il lavoro a noi ed ai nostri figli e devono tornare a casa loro”.
Mio marito, che amo infinitamente quando ha quella flemma e quell’ironia sottile, ma tanto sottile che l’oggetto del suo scherno manco capisce che lo sta spudoratamente prendendo per il culo, gli ha domandato ingenuamente se sapeva che anche loro contribuiscono per un 10% a pagare la cassa integrazione che percepisce, visto che nel frattempo eravamo stati informati dello stato di famiglia (quattro figli), del lavoro suo e di tutta la figliolanza nonché un resoconto sintetico del suo ultimo raduno a Pontida (ha preso tanta acqua, ma non mi pare sia servita a farlo crescere).
Tra l’altro ho pure imparato che nella mia zona non solo ci sono le Feste dell’Unità, ma pure quelle della Lega e pare che tutta l’estate ne abbia avuta una con cadenza quindicinale, con la semprepresenza del vicesindaco sassolese ed altre celebrità locali i cui nomi mi sono, grazie al cielo, assolutamente sconosciuti.
Peccato non facciano molta pubblicità, ci sarei andata volentieri.
Perché se il signor Paganelli maglietta verde è una sintesi del pensiero leghista, avrei davvero passato un’estate all’insegna della risata, ma quella grassa che mi faceva dare dei calci a mio marito sotto la tavola che a fatica si tratteneva.
Ed abbiamo tirato fuori Stalin, ed abbiamo tirato fuori Hitler, ed abbiamo tirato fuori Tito, il federalismo, il fascismo, il duce, quel “figlio di puttana traditore di Fini e quella troia che si è scopato pure Sgarbi, donna Assunta avete sentito cos’ha detto?”.
Ad un certo punto gli ho chiesto, per curiosità, in quale partito si identificava prima di quello di Bossi.
Domanda cretina ma che mi ha sollevato, fugando il dubbio che potesse mai essere appartenuto al PCI e dintorni: “Io uomo di destra sono, Almirante e l’MSI era la mia fede”.
Mancava solo che si alzasse in piedi e iniziasse un proclama alla Benito…
La stazza ce l’aveva.
“Voi comunisti…”
A quella affermazione mio marito gli ha risposto, sempre con quel suo ironico e amorevole che lui non è né comunista né fascista, lui è socio sostenitore del Partito Radicale al quale elargisce ogni anno 500 euro.
Apriti cielo…
“Pannella è morto, il Partito Radicale non esiste più… bla bla bla bla bla bla”
Eravamo sul punto di scoppiare ma la gocciolina che ci ha fatto alzare in piedi, è stato il filmato che era intanto partito, su Medici Senza Frontiere.
Quando ha detto che "quelli lì" ci vanno solo per prendere dei soldi ci siamo alzati, abbiamo salutato educatamente e ci siamo spostati, pregando che iniziasse il concerto.
Ho provato una gran pena per sua moglie.
Davvero, secondo me lei non ha colpa.
Spero solamente che i vari colpi che dava al suo signor marito Paganelli maglietta verde quando enfatizzava ed alzava il tono di voce gli abbiano almeno lasciato il segno.
Dubito.
Come dice mio marito, lui e quelli come lui sono talmente duri che a piantargli un chiodo in testa si piega.
Nonostante abbia partecipato per diversi anni, non ho ancora ben capito che ci azzecca Matilde con Montebaranzone, mi ero sempre soffermata sul generale tipo trasportare le valigie con le telecamere e cavalletti vari, con sguardi veloci ai costumi molto ben fatti, ma mai sui particolari per cui mi documenterò meglio sul nesso che lega contessa e paesello.
Per quest’anno avrei anche già dato ma quando ieri, mentre ero in altre faccende affaccendata mi ha telefonato mio marito e mi ha proposto la cena medievale con sottofondo musicale di Faber, è stato come invitare un’oca a bere, più per Faber che per la cena; concordato che non avrei trasportato niente e che sarei stata solamente seduta, concedendogli solamente la magnanimità di guidare io, siamo andati.
Al cameraman ufficiale ed alla sua consorte i coperti per mangiare si dovevano trovare assolutamente nonostante tutti i posti fossero prenotati da tempo.
La proposta di farci sedere al tavolo di una coppia che già vi era sistemata non ci ha fatto tentennare e ci siamo accomodati e presentati.
Ho avuto un pensiero che mi ha attraversato come un lampo nel notare una maglietta di un verde ma di quel verde che solamente chi non ha più alcun pudore può indossare.
Ma poiché non posso sempre e solo malignare, mi sono rivolta alla signora che mi pareva molto rassegnata ed avvilita.
Il maglia verde, di fronte a me, collo taurino, corpo massiccio, ha esordito con
“Stasera dei marocchini non ce ne sono, saranno a casa a pregare ed ubriacarsi”.
Ahi, ahi, ahi: ancora una volta a pensar male si fa peccato ma spesso, troppo spesso ci si indovina. Il nostro commensale ha tastato il terreno e io e mio marito, imperterriti, gli abbiamo risposto che forse a loro non interessa una cena medievale.
Al che, inevitabilmente, il maglietta verde, ha iniziato una filippica sui soliti luoghi comuni:
“Sono tutti delinquenti, ubriaconi, vengono a rubare il lavoro a noi ed ai nostri figli e devono tornare a casa loro”.
Mio marito, che amo infinitamente quando ha quella flemma e quell’ironia sottile, ma tanto sottile che l’oggetto del suo scherno manco capisce che lo sta spudoratamente prendendo per il culo, gli ha domandato ingenuamente se sapeva che anche loro contribuiscono per un 10% a pagare la cassa integrazione che percepisce, visto che nel frattempo eravamo stati informati dello stato di famiglia (quattro figli), del lavoro suo e di tutta la figliolanza nonché un resoconto sintetico del suo ultimo raduno a Pontida (ha preso tanta acqua, ma non mi pare sia servita a farlo crescere).
Tra l’altro ho pure imparato che nella mia zona non solo ci sono le Feste dell’Unità, ma pure quelle della Lega e pare che tutta l’estate ne abbia avuta una con cadenza quindicinale, con la semprepresenza del vicesindaco sassolese ed altre celebrità locali i cui nomi mi sono, grazie al cielo, assolutamente sconosciuti.
Peccato non facciano molta pubblicità, ci sarei andata volentieri.
Perché se il signor Paganelli maglietta verde è una sintesi del pensiero leghista, avrei davvero passato un’estate all’insegna della risata, ma quella grassa che mi faceva dare dei calci a mio marito sotto la tavola che a fatica si tratteneva.
Ed abbiamo tirato fuori Stalin, ed abbiamo tirato fuori Hitler, ed abbiamo tirato fuori Tito, il federalismo, il fascismo, il duce, quel “figlio di puttana traditore di Fini e quella troia che si è scopato pure Sgarbi, donna Assunta avete sentito cos’ha detto?”.
Ad un certo punto gli ho chiesto, per curiosità, in quale partito si identificava prima di quello di Bossi.
Domanda cretina ma che mi ha sollevato, fugando il dubbio che potesse mai essere appartenuto al PCI e dintorni: “Io uomo di destra sono, Almirante e l’MSI era la mia fede”.
Mancava solo che si alzasse in piedi e iniziasse un proclama alla Benito…
La stazza ce l’aveva.
“Voi comunisti…”
A quella affermazione mio marito gli ha risposto, sempre con quel suo ironico e amorevole che lui non è né comunista né fascista, lui è socio sostenitore del Partito Radicale al quale elargisce ogni anno 500 euro.
Apriti cielo…
“Pannella è morto, il Partito Radicale non esiste più… bla bla bla bla bla bla”
Eravamo sul punto di scoppiare ma la gocciolina che ci ha fatto alzare in piedi, è stato il filmato che era intanto partito, su Medici Senza Frontiere.
Quando ha detto che "quelli lì" ci vanno solo per prendere dei soldi ci siamo alzati, abbiamo salutato educatamente e ci siamo spostati, pregando che iniziasse il concerto.
Ho provato una gran pena per sua moglie.
Davvero, secondo me lei non ha colpa.
Spero solamente che i vari colpi che dava al suo signor marito Paganelli maglietta verde quando enfatizzava ed alzava il tono di voce gli abbiano almeno lasciato il segno.
Dubito.
Come dice mio marito, lui e quelli come lui sono talmente duri che a piantargli un chiodo in testa si piega.
martedì 24 agosto 2010
La metamorfosi - Francesca Longo

Una mattina, vivendo il solito incubo prima del nuovo giorno, Gregorio Samsa venne brutalmente svegliato dal campanello della porta. Ancora sudato per l'angoscia dei sogni (l'ultimo lo vedeva trasformarsi in un insettone nero, incerto se votare Berlusconi o Fini), aprì meccanicamente l'uscio e si trovò di fronte due solari persone, una donna e un uomo.
Appurato che non avevano in mano il blocco appunti della Folletto e che non erano ingessati alla testimoni di Geova, su due piedi pensò a una coppia di ufficiali giudiziari che, per conto di Equitalia, volevano recuperare i 450 euro di due multe da 50 euro ciascuna non pagate. Ma i due sorridevano. Escluso fossero i sostituti del postino (che aveva barattato le ferie per la metà del loro valore pur di far fronte al mutuo e permettere alla privatizzata Poste Italiani di comprare una buona scorta di libri, invece che buttar via soldi con nuove assunzioni a orario), chiese timidamente: "Chi siete?" .
"Ma come, signor Samsa, non ci riconosce? Siamo del Pd e siamo impegnati nella campagna porta a porta" rispose la fanciulla, il cui sorriso era valorizzato dalla bella frangetta. Certo, era assonnato, ma lui questa ditta non la conosceva proprio. "Mi scusi, ma Pd chi? Cosa vendete?". "Non vendiamo nulla" rispose un allampanato col volto mite di uno che ha dovuto lasciare il seminario per soccorrere la mamma malata. "Ah meno male- ribattè Samsa- non ho più un euro...". "E non compriamo nulla..." fece eco la fanciulla presentandosi come tale Serracchiut Deborah, di professione europarlamentare. "Non avrei nulla da vendere- sibilò Samsa- mi sono già venduto tutto!".
"Ecco, vede signor Samsa, noi ci rivolgiamo proprio a persone come lei che vivono nell'incubo e hanno perso ogni sogno. Noi andiamo porta a porta a regalare un sogno! Piacere, Franceschini". "Ma cosa me ne faccio di un sogno venduto porta a porta?" chiese stupito l'omino, chiedendosi tra sè e sè quale sarebbe stato il finale del suo incubo.
"Signor Samsa. Per anni le destre hanno rovinato il paese parlando da Porta a Porta e grazie a ciò hanno vinto. E' giunta l'ora della riscossa - affermò seriamente la Serracchiut- e anche noi sinistri, scusi, di sinistra vogliamo il nostro porta a porta. Ed eccoci qui. Ci presentiamo direttamente, ci radichiamo sul suo uscio e su quello dei suoi vicini e, quando sarà il momento, lei non dovrà far altro che votare per uno di noi. Le piaccio più io, giovane e donna? Può votarmi. Ma se preferisce un volto nuovo della sinistra cattolica può votare per lui. E poi tifare molto". "Solo così, signor Samsa, potrà allontanare i suoi incubi! Lei è nelle nostre mani e in quelle del Signore!".
Samsa era, per sua sfiga, ateo. Di incubi ne aveva abbastanza di suo per non andare a cercare quelli collettivi. "Scusatemi - chiese visibilmente alterato- ma Pd non è mica l'acronimo di p.... D..?". I due si fecero il segno della croce e scapparono a gambe levate.
Quella mattina, svegliato da sogni inquieti, Gregorio Samsa rimpianse di non esser stato trasformato in un immondo insetto.
lunedì 16 agosto 2010
domenica 1 agosto 2010
sabato 31 luglio 2010
Bologna, 2 Agosto 1980 - 2 agosto 2010
Il due agosto 1980 a Bologna hanno messo una bomba. Ha ammazzato 85 persone, altre 200 sono rimaste ferite. L'orologio si è fermato alle 10,25. Non sappiamo ancora con certezza chi furono gli esecutori né i mandanti. Le vittime erano però con certezza tutti nostri fratelli.
Questo video aderisce al progetto: "La faccia, la testa e il cuore", un progetto di video collettivi, uno sciame meteorico di impegno civile sul web. Per informazioni scrivi a: metanoeo@libero.it
Questo il gruppo dove potete trovare gli altri 36 video (fino ad ora) di coloro che hanno aderito al progetto:
http://www.facebook.com/pages/Bologna-2-Agosto-1980-2-Agosto-2010/144578522220625?v=wall&ref=sgm
giovedì 22 luglio 2010
Gli occhi si fecero fessure
Stanotte i pensieri si affastellavano impedendomi di dormire.
Partecipare e tentare di rendere partecipi all’iniziativa La testa, il cuore, la faccia, mi ha fatto tornare al due agosto del 1980 e restarci inchiodata a lungo, ignorando il sonno che bussava.
Ero fresca di diploma, essendo stata dichiarata matura il ventiquattro luglio.
Ero già una forza lavoro assunta a tempo indeterminato dal giorno seguente: l’officina meccanica dove andavo a fare qualche ora al pomeriggio, sin dalla terza superiore, mi assunse immediatamente e non feci mai, da quel sudato diploma, un solo giorno da disoccupata.
Ma ai tempi le cose andavano diversamente.
La ditta chiuse il primo agosto e me ne andai a Fanano, in montagna, dove mio padre e mia madre erano già stabili da fine maggio.
Le mie amiche fighe erano in partenza per Riccione, io preferii godermi le vacanze servita e riverita da mammà.
Poi, a Fanano, oltre alle mie radici, c’erano tutte le estati della mia fanciullezza, gli amici di sempre, i fidanzatini persi e ritrovati, i ragazzi della scuola tennis di Sestola, le serate sulle scale della banca a cantare a squarciagola le canzoni di Battisti dopo le grigliate al fiume o i pomeriggi di totale cazzeggio in piscina.
Erano le passeggiate all’alba nei boschi, a cercare funghi con mio padre.
Ci sono mattine che non le ricordo, ma quel due agosto sì, come se fosse successo ieri.
Eravamo partiti verso le sei, avevamo deciso di andare a Libro Aperto perché dicevano che trovavano grandi quantità dei galletti.
Fece guidare me, diceva che dovevo imparare a portare l’auto anche sui sentieri di montagna.
Fu una raccolta felice, riempimmo i nostri cesti degli aranciati funghi e decidemmo di tornare a casa.
Verso le dieci, eravamo seduti ai tavolini del Caffè Nazionale, in piazza di sotto.
Mio padre voleva andare al Bar Italia ma non trovammo da parcheggiare in piazza di sopra e mi accontentò.
Jose, il proprietario del Caffè Nazionale, era un caro amico fricchettone, di molto maggiore di me ma con quale si era molto in sintonia; spesso, al mattino, col bar pieno di gente, si sedeva con me e gli altri al tavolino ed iniziava a raccontarci delle sue storie, delle sue ferite, delle bastonate prese in piazza.
Era sempre lo stesso racconto, ma ogni volta ci aggiungeva un dettaglio, un particolare che te lo faceva sembrare sempre diverso.
Mio padre lo conosceva e spesso accettava il toscano identico a quello che mai mancava di penzolare dalle labbra di Jose.
Anche quella mattina lo stringeva coi denti, mentre ci serviva il caffè.
Agli altri tavolini c’erano tutti i miei amici, l’appuntamento per il caffè era quotidiano anche se non premeditato o stabilito.
Io restai con mio padre, parlando dei funghi, di come avrebbe chiesto a mia madre se aveva voglia di cucinarli quella sera con la polenta e del dove gli sarebbe piaciuto andare il giorno dopo: non so chi gli aveva detto che al Cimoncino si trovavano molte cioppadelle [porcini] e quindi si decise per quell’itinerario.
Fu Jose che uscì dal bar a dare le notizie confuse di quanto aveva appena sentito dalla radio.
All’inizio pareva fosse scoppiata una caldaia, parlavano di corto circuiti ma non di bombe, cosa che poi venne paventata poco dopo.
Mio padre non disse nulla.
Solo gli occhi si fecero fessure e mi guardò, in silenzio.
Sempre in silenzio mi fece un cenno e tornammo a casa.
Si piazzò davanti al televisore dove scorrevano le prime immagini di quella carneficina.
Io non capivo allora e non capisco nemmeno oggi, dopo trent’anni, perché prendersela con gente che era lì, per caso, che non erano obiettivi politici, al pari degli altri attacchi terroristici precedenti. Era una questione di fortuna esserci o non esserci in quel posto che qualcuno aveva stabilito dovesse saltare, scoppiare, fare morti, carneficina, carni maciullate, sangue, urla, dolore, interrogativi ; era solamente un caso non esserci, chiunque ne poteva restarne vittima, martire ed eroe inconsapevole di una guerra che non aveva accettato di combattere e delle cui sorti qualcun altro, sconosciuto, ne aveva decretato la conclusione.
Gli occhi di mio padre erano fessure e non sapevo, allora, cosa stava pensando.
Non domandai. Rispettai il suo silenzio. Che divenne anche il mio.
Ora so con certezza che aveva gli stessi occhi quando assistette, impotente, alla fucilazione dei suoi compagni di Brigata.
Se avessi uno specchio davanti ora e mi specchiassi, sarebbero fessure anche i miei occhi.
Partecipare e tentare di rendere partecipi all’iniziativa La testa, il cuore, la faccia, mi ha fatto tornare al due agosto del 1980 e restarci inchiodata a lungo, ignorando il sonno che bussava.
Ero fresca di diploma, essendo stata dichiarata matura il ventiquattro luglio.
Ero già una forza lavoro assunta a tempo indeterminato dal giorno seguente: l’officina meccanica dove andavo a fare qualche ora al pomeriggio, sin dalla terza superiore, mi assunse immediatamente e non feci mai, da quel sudato diploma, un solo giorno da disoccupata.
Ma ai tempi le cose andavano diversamente.
La ditta chiuse il primo agosto e me ne andai a Fanano, in montagna, dove mio padre e mia madre erano già stabili da fine maggio.
Le mie amiche fighe erano in partenza per Riccione, io preferii godermi le vacanze servita e riverita da mammà.
Poi, a Fanano, oltre alle mie radici, c’erano tutte le estati della mia fanciullezza, gli amici di sempre, i fidanzatini persi e ritrovati, i ragazzi della scuola tennis di Sestola, le serate sulle scale della banca a cantare a squarciagola le canzoni di Battisti dopo le grigliate al fiume o i pomeriggi di totale cazzeggio in piscina.
Erano le passeggiate all’alba nei boschi, a cercare funghi con mio padre.
Ci sono mattine che non le ricordo, ma quel due agosto sì, come se fosse successo ieri.
Eravamo partiti verso le sei, avevamo deciso di andare a Libro Aperto perché dicevano che trovavano grandi quantità dei galletti.
Fece guidare me, diceva che dovevo imparare a portare l’auto anche sui sentieri di montagna.
Fu una raccolta felice, riempimmo i nostri cesti degli aranciati funghi e decidemmo di tornare a casa.
Verso le dieci, eravamo seduti ai tavolini del Caffè Nazionale, in piazza di sotto.
Mio padre voleva andare al Bar Italia ma non trovammo da parcheggiare in piazza di sopra e mi accontentò.
Jose, il proprietario del Caffè Nazionale, era un caro amico fricchettone, di molto maggiore di me ma con quale si era molto in sintonia; spesso, al mattino, col bar pieno di gente, si sedeva con me e gli altri al tavolino ed iniziava a raccontarci delle sue storie, delle sue ferite, delle bastonate prese in piazza.
Era sempre lo stesso racconto, ma ogni volta ci aggiungeva un dettaglio, un particolare che te lo faceva sembrare sempre diverso.
Mio padre lo conosceva e spesso accettava il toscano identico a quello che mai mancava di penzolare dalle labbra di Jose.
Anche quella mattina lo stringeva coi denti, mentre ci serviva il caffè.
Agli altri tavolini c’erano tutti i miei amici, l’appuntamento per il caffè era quotidiano anche se non premeditato o stabilito.
Io restai con mio padre, parlando dei funghi, di come avrebbe chiesto a mia madre se aveva voglia di cucinarli quella sera con la polenta e del dove gli sarebbe piaciuto andare il giorno dopo: non so chi gli aveva detto che al Cimoncino si trovavano molte cioppadelle [porcini] e quindi si decise per quell’itinerario.
Fu Jose che uscì dal bar a dare le notizie confuse di quanto aveva appena sentito dalla radio.
All’inizio pareva fosse scoppiata una caldaia, parlavano di corto circuiti ma non di bombe, cosa che poi venne paventata poco dopo.
Mio padre non disse nulla.
Solo gli occhi si fecero fessure e mi guardò, in silenzio.
Sempre in silenzio mi fece un cenno e tornammo a casa.
Si piazzò davanti al televisore dove scorrevano le prime immagini di quella carneficina.
Io non capivo allora e non capisco nemmeno oggi, dopo trent’anni, perché prendersela con gente che era lì, per caso, che non erano obiettivi politici, al pari degli altri attacchi terroristici precedenti. Era una questione di fortuna esserci o non esserci in quel posto che qualcuno aveva stabilito dovesse saltare, scoppiare, fare morti, carneficina, carni maciullate, sangue, urla, dolore, interrogativi ; era solamente un caso non esserci, chiunque ne poteva restarne vittima, martire ed eroe inconsapevole di una guerra che non aveva accettato di combattere e delle cui sorti qualcun altro, sconosciuto, ne aveva decretato la conclusione.
Gli occhi di mio padre erano fessure e non sapevo, allora, cosa stava pensando.
Non domandai. Rispettai il suo silenzio. Che divenne anche il mio.
Ora so con certezza che aveva gli stessi occhi quando assistette, impotente, alla fucilazione dei suoi compagni di Brigata.
Se avessi uno specchio davanti ora e mi specchiassi, sarebbero fessure anche i miei occhi.
Bologna, 2 Agosto 1980 - 2 Agosto 2010
mercoledì 14 luglio 2010
A S.
Sarai ginestra e ulivo
forte di radici profonde
nella terra scura
nessun vento
di scirocco, di maestrale
ti spezzerà
sarai mare di roccia
per viaggio non d’approdo
ma di partenza
per nuovo porto
d’acqua salata e dolce
di dolore in fuga
tumorata da dio
che non sentiremo mai pronunciare
- chiedimi se sono felice -
la tua risposta
sussurrata piano
ci stupirebbe
A S., che ce la farà
(Aprile 2008)
A S., che ce l’ha fatta.
(Luglio 2010)
sabato 10 luglio 2010
Seisensi
Vedere, prim'ancora di fissare.
Udire, prim'ancora di sentire.
Gustare, prim'ancora di suggere.
Toccare, prim'ancora di accarezzare.
Annusare, prim'ancora di odorare.
Conoscere, prim'ancora di sapere.
E' la magia bianca di un pensiero,
sottile come filo di fumo,
a espandersi oltre il dove
per giungere l'altrove.
Udire, prim'ancora di sentire.
Gustare, prim'ancora di suggere.
Toccare, prim'ancora di accarezzare.
Annusare, prim'ancora di odorare.
Conoscere, prim'ancora di sapere.
E' la magia bianca di un pensiero,
sottile come filo di fumo,
a espandersi oltre il dove
per giungere l'altrove.
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